Questo sito utilizza dei cookies, anche di terze parti. Continuando la navigazione accetti la policy sui cookies.
In caso contrario, ti invitiamo ad abbandonare la navigazione di questo sito.

Cooperazione. Il Terzo Rapporto sulle cooperative bresciane

Valeria Negrini, presidente della Cooperativa sociale La Rete,  neo-vicepresidente nazionale di Federsolidarietà ha preso parte al convegno di presentazione del Terzo Rapporto sulla Cooperazione Bresciana. Qui le sue valutazioni sui  dati emersi dal documento, curato dall'Osservatorio dell'Economia Sociale bresciana al quale partecipano il Centro Studi  Socialis e Camera di Commercio.

«Lo scorso 29 ottobre è stato presentato il 3^ Rapporto sulla Cooperazione Bresciana, curato dall'Osservatorio sull'Economia Sociale, sorto all'interno della Camera di Commercio in collaborazione con il Centro Studi Socialis.

L'appuntamento è interessante perché offre la fotografia dello stato di salute di un movimento cooperativo che proprio nella provincia di Brescia trova una delle sue espressioni più forti sia dal punto di vista numerico che della qualità in molti dei settori, da quello agroalimentare a quello sociale. I dati presentati riguardavano le 694 cooperative attive nella nostra provincia, con un approfondimento sulle 284 coooperative sociali. Numeri che confermano come Confcooperative Brescia sia la realtà che nella nostra provincia associa la quasi totalità delle cooperative presenti sul territorio, con le sue 564 cooperative associate, di cui 278 sociali.

I dati elaborati dall'Osservatorio si presentano sostanzialmente in linea con quelli elaborati dagli uffici di Confcooperative dai quali emerge come anche negli anni più duri della crisi (2008-2012) le cooperative bresciane, pur diminuendo nel numero, hanno proseguito la fase di sviluppo e di ampliamento, incrementando il fatturato e la base sociale di circa il 19% (1miliardo855milioni di euro; 124.222 soci) e proseguendo nel rafforzamento patrimoniale anche grazie all'opportunità offerta, soprattutto alle cooperative sociali e di produzione lavoro, del dispositivo Fondo Jeremie che ha portato ad un incremento del capitale sociale di 42 punti percentuale (122milioni570mila euro) e il capitale netto di quasi il 13% (424milioni237mila euro). I settori in controtendenza sono quelli delle cooperative di consumo e di abitazione che in cinque anni hanno visto il crollo dei fatturati e dei patrimoni.

Sul fronte occupazionale, i numeri di Confcooperative evidenziano un costante incremento: nel 2013 sono 15.588 gli occupati (+ 9,4% rispetto al 2008) di cui ben 11.105 solo nelle sociali. Questi dati, tutti in crescita,  vanno tuttavia accompagnati da quelli sull'andamento dei risultati di esercizio che ci dicono, invece, come soprattutto a partire dagli ultimi due anni assistiamo ad un significativa contrazione delle marginalità, che bene si evidenzia nel 2012, anno in cui l'ammontare complessivo degli utili prodotti dalle cooperative confrontato con quello delle perdite vede un saldo negativo di oltre 14 milioni di euro a testimonianza da un lato, di un modello imprenditoriale che pone il mantenimento dell'occupazione come prioritario rispetto al profitto, dall'altro di una crisi, che, seppure in ritardo rispetto al resto delle imprese, sta facendo sentire i suoi effetti negativi anche sul sistema cooperativo.

Il dato del 2013 è ancora più preoccupante, perché la differenza tra utili e perdite è di oltre 70 milioni di euro in negativo, di cui quasi 53 sono dati dal settore delle cooperative di abitazione, 14 dalle cooperative di Garanzia Fidi e quasi 7 milioni di euro dalle cooperative sociali. Queste ultime, in particolare, stanno duramente pagando da una parte i tagli costanti degli ultimi 5 anni nei servizi sociali, sanitari, educativi e assistenziali del welfare che oltre a determinare un aumento della disuguaglianza nella possibilità di usufruire dei servizi da parte dei cittadini, hanno prodotto anche una sofferenza nei bilanci delle cooperative sociali; dall'altra una certa ancora perdurante difficoltà nel sanare alcune fragilità quali la scarsa capacità imprenditoriale (“lato oscuro” di un legame spesso troppo subordinato alle logiche delle Pubbliche Amministrazioni), la predominanza di figure professionali legate alla cura che, difficilmente sono in grado, da sole, di rispondere alla necessità di competenze amministrative, gestionali, finanziarie di cui un'impresa ha invece bisogno. Ma ci sono non poche cooperative che proprio in questi anni di crisi hanno risposto con l'innovazione, avviando diverse attività in nuovi settori, sperimentando miglioramenti di servizi tradizionali e rigidamente intrappolati nelle logiche degli accreditamenti per rispondere meglio ai bisogni delle persone, operazioni sostenute sia con risorse proprie che attraverso l'indebitamento finanziario o con contributi ricevuti dalle fondazioni di erogazione. Allo stesso modo vediamo cooperative che provano a  lavorare insieme dopo un periodo in cui, a volte, si è fatta sentire più la volontà di competere che quella di cooperare, consapevoli che la sfida del cambiamento e della risposta nuova ad alcuni bisogni e diritti (salute e casa, ad esempio) non può essere affrontata e vinta da soli. E' proprio questa capacità fatta di resilienza e di innovazione che andrebbe riconosciuta e  premiata dalle Pubbliche Amministrazioni, nei fatti più che nelle parole e negli annunci, riconoscendo nel movimento cooperativo il naturale alleato nell'impresa di migliorare la vita e il benessere dei propri cittadini, così come dovrebbe essere sostenuta dalle associazioni di rappresentanza e dai sistemi consortili, che mai come oggi dovrebbero rappresentare il luogo di elaborazione progettuale per le imprese, lo strumento che accompagna e sostiene gli investimenti, che cura la formazione delle risorse umane con uno sguardo attento alle possibilità offerte dai fondi europei».